I Blue Devils

Intanto, il 20 settembre, la V Armata USA aveva scavalcato l’Appennino tra il Passo della Futa e la Colla di Casaglia e di fronte a Mark Clark si presentavano due strade per raggiungere la pianura padana: la Statale 65 per Bologna e la Montanara in direzione di Imola. La scelta era caduta su quest’ultima, lungo la quale viene lanciata una delle migliori divisioni di fanteria statunitensi - la 88^ composta da tre reggimenti, il 349°, 350° e 351°- che dopo aver combattuto

a Cassino ed essere entrata per prima a Roma il 4 giugno aveva goduto di un periodo di riposo. La comandava il generale Paul W. Kendall il quale aveva impostato l'avanzata dei Blue Devils (Diavoli Blu), così erano conosciuti gli uomini della 88ª, su due ali lungo i crinali per poi procedere per la strada di fondo valle. L'avanzata lungo il crinale tra il Santerno ed il Senio, sul quale si trovava Monte Battaglia, era stata affidata al 350° Reggimento, comandato dal colonnello James C. Fry. Pur subendo qualche contraccolpo il 350° travolge le difese tedesche e procede speditamente lungo lo spartiacque, sopravanzando la I Divisione britannica che si muove lungo il parallelo crinale di destra del Senio, facendo balenare la possibilità dello scardinamento definitivo della Linea Gotica o Linea Verde, come la chiamavano i tedeschi. I quali vedevano concretizzarsi i loro timori, espressi dal comandante della X Armata, dopo che la V Armata aveva sfondato le linee germaniche al Passo del Giogo: "Se a quello là (cioè a Clark) viene in mente l'idea giusta di puntare su Imola, noi siamo in trappola".
La vallata del Santerno rappresentava infatti il punto più debole e vulnerabile dello schieramento tedesco perché era la strada più breve tra le forze alleate e la pianura padana; era la cerniera tra la X e la XIV Armata tedesca e, come altre zone, era stata in parte sguarnita per far fronte all'attacco scatenato dalla VIII Armata nel Riminese. Di fronte ai rischi creati dall'avanzata alleata sull'Appennino, il 23 settembre il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze armate germaniche in Italia, chiede ad Hitler l'autorizzazione ad applicare il piano Herbstnebel (Nebbia autunnale) che prevedeva l'abbandono dell'Italia centrale per approntare un'estrema difesa oltre il Po.
Il Führer non autorizza l'arretramento, così che a Kesselring non rimane che tentare la difesa ad oltranza nella vallata del Santerno. Dove fa confluire uomini rastrellati da altri settori del fronte così che tra il Senio ed il Santerno vengono a trovarsi reparti di ben cinque Divisioni Granatieri della Wehrmacht con il compito di fermare l'avanzata dei Blue Devils. E' il prologo della più lunga e cruenta delle battaglie combattute lungo la Linea Gotica, in una difficilissima situazione logistica a causa delle piogge e della nebbia che in quei giorni flagellano l'Appennino tosco romagnolo, impedendo operazioni aeree e costringendo uomini e mezzi a muoversi e a combattere sotto l'acqua e nel fango. Ed anche con enormi difficoltà, soprattutto per gli alleati, nell'assicurare i rifornimenti alla prima linea e nell'evacuare i feriti perché il terreno è impervio ed il fango blocca tutti i mezzi a motore. Problemi che vengono in parte risolti con l'utilizzazione dei muli che vengono affidati alla conduzione di mulattieri italiani delle compagnie ausiliarie dell'Esercito del Sud aggregate alla V Armata.
Il pomeriggio del 26 settembre la nebbia ed una pioggia fredda calano sulle formazioni partigiane i cui uomini sono vestiti in modo precario, quasi tutti con leggeri indumenti estivi. Poi su Monte Carnevale e Monte Battaglia iniziano a cadere anche colpi d'artiglieria sparati dagli americani i quali, occupati Monte Acuto ed il Monte del Puntale, sgombrano il campo per continuare l'avanzata che nel corso del pomeriggio li porta fino a Valmaggiore. I tedeschi in ritirata si vengono a trovare sotto il fuoco delle compagnie partigiane attestate a Monte Carnevale e dopo un tentativo di reazione si disperdono. Ma nella notte riescono ad occupare il monte, tagliando il corridoio che si era aperto tra i Blue Devils e i partigiani della 36ª. Contemporaneamente bersagliano con colpi di mortaio la cima di Monte Battaglia dopo che, verso l'imbrunire, avevano avuto uno scambio di colpi con i partigiani mentre avanzavano cautamente all'altezza della linea tra Orsara e San Rufillo in direzione di quel monte.
La mattina del 27 settembre Carlo Nicoli riunisce il comando del battaglione partigiano per decidere sulla tattica da tenere alla luce della situazione venutasi a creare nel settore. Da una parte c'è chi è propenso a spostarsi nelle retrovie tedesche continuando la guerriglia e conservando l'obiettivo dell'avvicinamento ad Imola. Dall'altra parte c'è chi, e fra questi anche Nicoli, propende per il collegamento con gli americani, pur consapevole delle incertezze sulle sorti della Brigata dopo il congiungimento, tenuto conto che non c'era stato nessun contatto e che l'orientamento politico comunista della Brigata non era certo ben visto dagli alleati. La scelta, dopo una breve ma accesa discussione cade su quest'ultima ipotesi, tenuto conto delle difficili condizioni in cui si trovano i partigiani dal punto di vista dell'armamento, del vestiario e del sostentamento.
Nel frattempo le operazioni militari vanno proprio in questo senso nel settore di Monte Carnevale, un'altura di poco più di 700 metri dove i fanti del 350° Reggimento USA e alcune compagnie di partigiani, gli uni all'insaputa degli altri, risalgono le pendici dai lati opposti contro le postazioni germaniche. A metà mattina, preceduti dal fuoco delle artiglierie pesanti gli americani riescono a conquistare la vetta di Monte Carnevale sospingendo i tedeschi su posizioni più arretrate dove vengono impegnati dai partigiani ed in breve, resisi conto di trovarsi tra due fuochi, ripiegano definitivamente verso nord. Tra la nebbia, gli americani del II Battaglione, comandati dal tenente colonnello Corbett Williamson, vedono avvicinarsi i partigiani che si fanno riconoscere sventolando i fazzoletti rossi e bianchi. Seguono calorose strette di mano ed espressioni di gioia e di sollievo. Anche perché i partigiani riescono a comunicare la dislocazione delle altre compagnie facendo cessare immediatamente il fuoco d'artiglieria pesante che aveva provocato alcune perdite nelle loro file, oltre che tra i contadini e civili sfollati nelle case coloniche della zona.
I partigiani comunicano a Williamson che anche la strada per Monte Battaglia e il monte stesso sono in loro possesso, sollecitandolo a proseguire fino a quell'altura che si staglia lungo il crinale a poco più di tre chilometri in linea d'aria. Il colonnello americano però è titubante, consapevole di trovarsi in una posizione troppo avanzata rispetto al 351° Reggimento della 88ª che avanzava lungo la valle del Santerno e la I Divisione Britannica che avrebbe dovuto muoversi lungo la valle del Senio. Inoltre i suoi uomini appaiono visibilmente stanchi dopo un'avanzata sotto la pioggia e su un terreno difficile e conteso dal nemico. E c'è anche la necessità di non rischiare di interrompere i rifornimenti lasciandosi alle spalle delle zone scoperte che i tedeschi potevano facilmente rioccupare. Ad ogni buon conto Williamson avverte il suo comandante Fry il quale si consulta a sua volta con i comandi superiori dai quale parte l'ordine: "Prendete Monte Battaglia ad ogni costo". Compito che il comandante del II Battaglione affida al capitano Robert Roeder e alla sua Compagnia "G" che a metà giornata, guidata da staffette partigiane, si mette in marcia verso Monte Battaglia, seguita da altre due compagnie.
Intanto anche i tedeschi hanno concentrato la loro attenzione su Monte Battaglia che, per l'altitudine, per la sua conformazione e per la presenza dei resti della rocca con mura spesse anche un metro, costituisce l'ultimo baluardo per fermare l'avanzata americana che oramai ha creato il panico nell'esercito germanico. Come testimonia la direttiva disperata emanata la sera del 26 settembre dal generale Heinrich von Vietinghoff, comandante della X Armata, che sprona i suoi uomini a tenere il Nord Italia a qualsiasi costo perché "la difesa dell'Italia è la difesa stessa della Germania". Il compito di occupare Monte Battaglia è affidato al colonnello Jacob Veit, comandante del 290° Reggimento Granatieri. Il quale, nel primo mattino del 27 settembre, controlla da San Rufillo le posizioni di Monte Battaglia e vi manda in perlustrazione una pattuglia avendo avuto notizia della presenza di partigiani in quella zona. Ma la cima del monte è sgombra perché Carlo Nicoli ha fatto ritirare alla Croce, una casa colonica posta lungo il crinale a circa mezzo chilometro verso sud, la compagnia che presidiava il monte per sottrarla al cannoneggiamento alleato. Le vedette partigiane vedono in lontananza i soldati tedeschi ma li lasciano sfilare senza farsi notare. Così che, convinto che il monte sia libero, a metà giornata il colonnello Veit manda a presidiare il monte un'intera compagnia che sale allo scoperto in fila indiana nella convinzione di non incontrare ostacoli. Invece, nel frattempo, Nicoli ha raccolto due compagnie e sotto la pioggia battente ha costituito una linea difensiva che dalla Croce sale fino alla vetta di Monte Battaglia. Quando giungono a qualche centinaio di metri i tedeschi vengono attaccati di sorpresa e costretti a ripiegare confusamente tra i boschi e i castagneti che coprono il fianco di nord est del monte. I partigiani, consapevoli di non poter sostenere un eventuale attacco nemico in forze, inviano due staffette verso Monte Carnevale per informare gli americani della situazione venutasi a creare a Monte Battaglia e della necessità ed opportunità di una loro avanzata fino a quella quota.

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