Le Guardie Inglesi

Con l'arrivo degli inglesi su Monte Battaglia i combattimenti si fanno meno intensi e cruenti. Sia perché nei primi giorni di ottobre Clark sposta l'asse principale dell'attacco lungo la Statale 65 che dal Passo della Futa porta a Bologna, sia perché i tedeschi vengono impegnati anche sul crinale a destra del Senio, lungo il quale avanza la I Divisione di fanteria inglese seguendo la direttiva "Freccia", un percorso che da Marradi, tocca Palazzuolo sul Senio e poi

serpeggia fino alla Via Emilia. A Monte Cece, un'altura di 759 m. slm, sempre in comune di Casola Valsenio, erroneamente indicato nelle mappe alleate come Monte Ceco, gli inglesi si trovano di fronte i granatieri della 715ª Divisione germanica contro i quali avevano già combattuto ad Anzio. Lo scontro è durissimo e si protrae per quasi due settimane in condizioni difficilissime a causa del fango, delle piogge prolungate e di un traffico confuso di uomini e mezzi alle spalle della prima linea.
In queste condizioni, il 3 e 4 ottobre, sotto una pioggia battente e dopo un pesante bombardamento di artiglieria, i fucilieri inglesi della III Brigata di fanteria sferrano, ma inutilmente, il primo attacco contro i tedeschi attestati sul monte. Il secondo tentativo viene condotto il 5, 6 ed 8 ottobre con forze fresche del Duke of Wellington's Regiment che avanzano faticosamente ad ondate, facendosi largo con bombe a mano ed assalti corpo a corpo, fino a disperdere il nemico e a conquistare la vetta, subendo però ingenti perdite, compreso il comandante dei Duke's, il tenente colonnello Shield. Ma la battaglia di Monte Cece non è ancora finita perché i tedeschi si attestano sul crinale poco più in basso. Da dove vengono definitivamente cacciati il 16 ottobre con un ultimo terrificante attacco che porta ad oltre 700 i morti, dispersi e feriti solo di parte britannica nel settore di Monte Cece.
Invece a Monte Battaglia le Guardie inglesi limitano le perdite grazie anche ad una tattica di combattimento molto diversa da quella degli americani, alla luce di come si presenta la sommità del monte che dai corrispondenti di guerra britannici viene definito Little Cassino. I resti delle mura della rocca sono in gran parte crollati, come pure le parti alte della torre ed il terreno è sconvolto dalle granate e ricoperto dai resti dei combattimenti: elmetti, cassette di munizioni, indumenti insanguinati, barattoli delle razioni vuote, nastri di mitragliatrici ed armi di ogni tipo e nelle buche e nelle trincee corpi di tedeschi ed americani. Qualche giorno dopo il tenente gallese Paul Carr scrive ai famigliari: "Nell'aria aleggiava l'odore caldo e nauseabondo di corpi in putrefazione. Il castello è un rudere ingombro di cadaveri a tutti gli stati di decomposizione. Ne abbiamo perfino uno che pende di traverso dalla finestra più alta del nostro caposaldo. Siccome ci si può muovere soltanto di notte al buio, si continuano a calpestare teste, arti e membra".
E a proposito della tattica di combattimento degli inglesi, il generale John Nelson ha scritto nel suo diario:
I soldati americani non si erano trincerati molto bene. Forse essi non pensavano fosse utile sul momento in cui venivano colpiti e comunque le "tane di volpe" che esistevano erano piene d'acqua piovana. Era veramente una situazione critica ed io capivo che qualsiasi uomo non poteva rimanere in piena efficienza di combattimento dopo settantadue ore in quelle condizioni. Perciò decisi di presidiare la collina con due compagnie soltanto e rilevarle con altre ogni tre notti. Esse avrebbero dovuto essere sostenute dai mortai, dalle mitragliatrici e dal tiro dell'artiglieria. Si sarebbero dovute circondare con filo spinato e da campi minati e scavare trincee profonde e asciugabili. (...) Le nostre perdite furono limitate ad una media di sei uomini al giorno, un considerevole miglioramento sul pedaggio pagato dai nostri predecessori americani.
Le forze inglesi devono infatti sottostare ad un fuoco di artiglieria di micidiale precisione che, durante il giorno, costringe gli uomini che presidiano il monte a vivere acquattati nelle loro trincee. Una situazione che fa salire la tensione al punto che un ufficiale inglese urla: "All'inferno! Se vogliono questo maledetto monte, se lo prendano. A noi non serve!". Ma ogni volta che i tedeschi tentano la conquista di Monte Battaglia le guardie si difendono strenuamente. Come avviene prima dell'alba dell'11 ottobre, quando una compagnia tedesca attacca in direzione della Croce salendo da San Rufillo, ma viene ricacciata indietro da un nutrito lancio di bombe a mano dei granatieri inglesi. Poco dopo, lungo il Rio della Caspa, un'altra compagnia tedesca finisce sotto il tiro delle mitragliatrici pesanti delle guardie gallesi che riescono a catturare diverse decine di nemici. Questo tentativo mette fine ai combattimenti per la conquista di Monte Battaglia, lasciando il campo a schermaglie tra avamposti e pattuglie in ricognizione, intervallate da scariche d'artiglieria.
E quando, a novembre, i tedeschi posizionano la loro linea difensiva lungo la Vena dei Gessi, circa otto chilometri più a nord, su Monte Battaglia cala il silenzio della morte. Come ricorda Guido Ricciardelli, membro del CLN di Casola Valsenio, nella sua cronaca Casola piccola Cassino nella valle del Senio alla data del 9 gennaio 1945, quando, con due accompagnatori, sale a Monte Battaglia:
Il terreno era coperto da un leggerissimo strato di neve che biancheggiava solo sul più alto crinale. Appena giunto dalle Braiole al bivio della Canovaccia ove la strada biforcandosi va verso Valmaggiore e verso Monte Battaglia, gli amici accompagnatori mi hanno indicato dove era sepolto un partigiano sconosciuto, per informazioni ricevute da compagni partigiani di combattimento sapevo che era Dardi Vittorio di Casola Valsenio. Sono andato a vedere: era lassù mal sepolto da un lieve strato di terra, una mano era stata scoperta da un rigagnolo d'acqua della neve in scioglimento, su una rozza croce stava scritto: partigiano sconosciuto. Più avanti, oltre i ruderi della casa denominata Croce, vi erano sepolti due tedeschi con i piedi scoperti. Mi hanno detto che sono stati scoperti da un signore di Imola in cerca di suo figlio disperso nei pressi della Croce, al quale mancavano due falangette nei piedi. Nel pendio roccioso del monte, in tutte le postazioni, vi sono sepolti degli inglesi, mentre diversi tedeschi sono soltanto coperti dal lieve strato di neve: sul crinale più alto, dove si erge gigante e maestoso l'invitto torrione che ha resistito a tante furibonde tempeste, addossato al quale stava prima una piccola casetta per il colono ridotta ad un cumulo di macerie frammiste ad armi spezzate, a cadaveri in putrefazione, l'aia che aveva servito per la trebbiatura del grano nel passato, si era trasformata in un macabro groviglio di armi rotte ed arrugginite di tutti i contendenti morti, dilaniati dal ferro e dal fuoco: giacevano sotto il bianco velo di neve che li copriva indistintamente. Mortai d'assalto, mitraglie, fucili, bombe esplose ed inesplose stavano lì a testimoniare la ferocia umana, allorché il sentimento umano diventa belluino, la bocca rostro e le mani artiglio. Al lato destro, sopra le macerie della casa colonica crollata, vi è un irriconoscibile morto posto a sedere col ventre squarciato. Al lato nord, frammisti alle macerie crollate del torrione, vi sono cinque inglesi od americani riconoscibili dal vestito kachi: più in basso verso est del torrione ve ne era uno sdraiato a terra con le mani strette al ventre, forse dissanguatosi lentamente in una agonia atroce, invocando i suoi cari così lontani. A pochi metri di distanza un altro inglese è ancora inginocchiato nella postazione in atteggiamento di sparare con la sua mitragliatrice: vi mancano la testa ed il braccio sinistro staccati dal corpo e balzati lì poco distante, forse recisi da un proiettile di artiglieria. Più in basso, sotto il sentiero che conduce al fondo Bosco di San Rufillo, tre tedeschi accovacciati in un piccolo antro: due dei quali abbracciati assieme, giacevano nel sonno eterno della morte. Sopra lo stesso sentiero; nascosti in una caspa di carpino , ve ne erano altri due; poco più in là vi era l'americano Amos Arnold. Dal lato verso Valcollina vi è un elmetto tedesco entro il quale, sostenuto dal sottogola, vi è ancora la testa nettamente recisa dal corpo; lì poco distante una croce sulla quale in lingua inglese è scritto il nome di un tedesco. Per il culto della tomba, il combattente aveva sepolto il nemico caduto. In mezzo a tante barbarie, a tante sciagure, mi sento umiliato di appartenere al genere umano: la carne straziata e dilaniata, il sangue sparso inutilmente nell'orrore esecrando della guerra mi fa inorridire.
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