Il Monte conteso

I comandi tedeschi, all’oscuro di questi orientamenti e delle valutazioni di Clark, moltiplicano i loro sforzi nel tentativo di fermare ad ogni costo gli americani. Ed il Führer, per la seconda volta, rifiuta di attuare la ritirata chiesta da Kesselring per non privare la Germania delle preziose risorse agricole ed industriali del Nord Italia e per non dare una mazzata psicologica al popolo tedesco. Kesselring allora reagisce con la

forza della disperazione ed affronta il rischio di indebolire altri settori del fronte pur di raccogliere truppe da lanciare alla conquista di Monte Battaglia. Tra l'altro sposta dei carri di assalto da Modena e richiama in linea un reggimento di artiglieria in grado di sparare quotidianamente dai 200 ai 400 colpi.
La mattina del 28 settembre nello scacchiere di Monte Battaglia per americani e tedeschi s'invertono i ruoli. I primi, da attaccanti si ritrovano in posizione difensiva con i tre battaglioni del 350° Reggimento attestati rispettivamente tra Monte Battaglia e Monte Carnevale, da Monte Carnevale a Valmaggiore e nell'area di Trerio. Li fiancheggiano sulla sinistra, tra Posseggio e il Mulino della Caspa, le compagnie partigiane della 36ª Brigata. Di fronte a loro si stende la lunga linea di attacco che i tedeschi hanno costituto da Fontanelice a Casola Valsenio, dislocandovi tre battaglioni di altrettante divisioni - 305ª, 715ª e 334ª - appoggiati da semoventi scaglionati lungo la strada del Corso e dalle batterie di artiglieria piazzate a Borgo Tossignano. Comanda le operazioni il colonnello Josef Pick che in un'alba grigia e nebbiosa sferra l'attacco contro Monte Battaglia lungo tre direzioni. Benché faccia parte della tattica di guerra germanica operare congiuntamente con reparti provenienti da unità diverse, gli attaccanti, per la scarsa visibilità o per errori di interpretazioni, non riescono a raggiungere i punti prestabiliti per il balzo verso la sommità del monte, costringendo Pick a rinviare l'attacco al pomeriggio.
I movimenti tedeschi della mattina hanno l'unico risultato di portarli a contatto con i partigiani che al Molino della Caspa affrontano e disperdono una colonna nemica che salendo da Fornione si era persa nella nebbia. Una compagnia tedesca diretta verso Monte Cappello sbaglia strada e giunge a Mezzola dove sorprende un gruppo di partigiani che si asserraglia nella casa opponendo una forte resistenza che richiama l'attenzione di altre due squadre partigiane che attaccano i tedeschi alle spalle mettendoli in fuga. Un'altra compagnia partigiana viene colta di sorpresa al Cantoncello, riuscendo a sfuggire miracolosamente alla cattura. Quindi i tedeschi si ritirano nelle loro posizioni di partenza, aprendo un nutrito fuoco di artiglieria sulle postazioni dei partigiani la cui situazione, già incerta e confusa, si fa ancora più difficile, aggravando ulteriormente le condizioni di uomini che erano già allo stremo, come ricorda Luciano Bergonzini, aggregato al comando del Battaglione di Nicoli:
Durante gli ultimi giorni i partigiani avevano dormito poche ore, i loro indumenti sporchi e stracciati, erano ancora quelli dell'estate e gli scarponi erano macerati dal fango. Cominciavano a mancare le basi materiali per la continuazione della lotta, i più non toccavano cibo da oltre due giorni di dura battaglia, combattuta sotto la pioggia e nel fango dei sentieri trasformati in torrenti, oppure nella macchia dove si ritiravano avvolti in coperte umide e lacere, per adempiere al servizio di guardia. I più fortunati erano riusciti ad ottenere un biscotto o una zolletta di zucchero o un sorso di caffè caldo dagli americani durante una pausa del combattimento, oppure così, a caso, nel corso di colloqui faticosamente costruiti e mandati avanti per gradi. I soldati yankees si dimostravano generosi coi nostri e in ogni circostanza non fecero per nulla pesare il loro gesto che apparve, in ogni caso, spontaneo, amichevole, sincero: d'altra parte, essi stessi erano in difficoltà perché le razioni dovevano durare determinate ore ed era più facile date le circostanze prevedere un ritardo piuttosto che una regolarità nell'arrivo delle sussistenze in linea.
Spinti dalla difficile situazione il comandante Nicoli e il commissario politico Guido Gualandi (Moro) prendono contatto con Williamson per definire la questione dell'inquadramento dei partigiani, ma il comandante del 350° Reggimento comunica che il comando della 88ª Divisione aveva imposto il ritiro dei partigiani dal fronte, in ottemperanza ad una linea di condotta seguita dalla V Armata USA.
Finisce qui l'attività dei partigiani a Monte Battaglia che in tre giorni di combattimenti era costata al battaglione una dozzina di feriti, un disperso ed otto morti, dei quali cinque uccisi da granate di artiglieria e tre in combattimento. E' il prezzo pagato per un impegno non marginale dal punto di vista militare, come aveva riconosciuto il comandante della X Armata, von Vie-tinghoff, parlando con Kesselring la mattina del 27 settembre: "Nel settore 36 (settore San Rufillo-Monte Battaglia, n.d.r.) dà sempre molto da fare alle nostre truppe una banda molto ben condotta, bene armata e bene organizzata che ci attacca sempre in combattimento dalle retrovie". Ancora più importante è il valore simbolico dell'aver combattuto, sia pure casualmente e per un breve periodo, fianco a fianco, con i fanti americani.
I partigiani verranno condotti a Valmaggiore dove trascorreranno la notte nella chiesa per poi raggiungere, il mattino dopo, l'abitato di Valsalva. Da qui verranno trasportati a Coniale, dove la Military Police li disarmerà per avviarli poi ad un posto di ristoro di Scarperia e da qui ai centri di raccolta di Firenze. Così che, nel tardo pomeriggio del 28 settembre, la lunga fila dei partigiani della 36ª prende la strada per Valmaggiore, incrociando reparti americani che vanno a rinforzare le loro posizioni su Monte Battaglia dove intanto sono divampati violentissimi i combattimenti.
Alle 14 il colonnello Pick aveva sferrato l'attacco, rinviato dal mattino, aprendo il fuoco con l'artiglieria ed i mortai per spianare la strada alla fanteria tedesca che dopo un'ora, sotto la pioggia e tra la nebbia, va all'assalto di Monte Battaglia con una manovra a tenaglia impiegando le forze di quattro battaglioni. Una squadra di guastatori riesce a raggiungere la Croce, sede del comando del battaglione americano, ma viene respinta mentre la testa di un battaglione germanico riesce a superare il fuoco di sbarramento delle mitragliatrici dei Blue Devils e a penetrare tra i resti della rocca dove, in alcuni ambienti della torre, la Compagnia "G" aveva sistemato il comando e il punto di raccolta dei feriti. Ne nasce un feroce corpo a corpo che provoca perdite da entrambe le parti, con il capitano Roeder che anima e sprona i suoi uomini con l'esempio fino a quando i tedeschi vengono ricacciati lungo la scarpata. Rientrano allora in azione i mortai e l'artiglieria tedesca, martellando i difensori di Monte Battaglia che cercano riparo tra i resti della rocca e nelle buche piene di acqua e fango dove rimangono per tutta la notte insieme ad un'altra compagnia giunta di rinforzo.
All'alba del 29 settembre l'artiglieria alleata effettua un imponente fuoco di sbarramento per dar modo al battaglione di Williamson di riorganizzarsi e di rimuovere i morti e i feriti. Ben presto i tedeschi, preceduti dal fuoco delle artiglierie, tornano all'attacco con tre battaglioni travolgendo gli avamposti della Compagnia "G" ed ingaggiando un furioso combattimento con i fanti americani asserragliati tra i resti della rocca ed ancora una volta spronati dal capitano Robert Roeder che viene gravemente ferito dalle schegge di una granata. Trascinato all'interno della torre, rifiuta i medicamenti e tenta di raggiungere di nuovo i suoi uomini ma riesce a raggiungere solo un'apertura dove, stando seduto, imbraccia un fucile ed inizia a sparare incitando i suoi fino a quando un'altra granata lo uccide. Facendosi largo con i lanciafiamme una compagnia tedesca riesce a penetrare tra i resti della rocca dove vengono ingaggiati furiosi corpo a corpo che costringono gli americani a ritirarsi nei pressi della Croce.
I granatieri germanici non riescono però a consolidare la loro posizione a causa del fuoco di sbarramento scatenato da tutta l'artiglieria della 88ª Divisione. Il bombardamento, che prosegue per un paio d'ore senza limiti di munizioni, impedisce ad altre forze germaniche di raggiungere l'avamposto che rimane isolato e permette ai Blue Devils di riorganizzarsi e contrattaccare. A metà giornata i fanti americani risalgono il monte sparando e lanciando bombe a mano. Riescono così ad annientare la difesa tedesca e a rioccupare la cima di Monte Battaglia ma lasciando molti uomini sul terreno, mescolati nel fango ai corpi dei nemici uccisi.
Nel pomeriggio i tedeschi attaccano di nuovo aprendosi la strada con lanciafiamme e tubi "bangalore", pertiche con in cima cariche esplosive ideate per aprire dei varchi nei campi minati e qui usate per stanare gli americani dalle loro "tane di volpe". I fanti statunitensi riescono però a tenere la posizione grazie al tiro ravvicinatissimo dei mortai. Verso sera la posizione degli americani si rafforza con la dislocazione nel settore di Monte Battaglia dei tre battaglioni del 350° Reggimento che vengono protetti alle spalle dagli altri due reggimenti della 88ª Divisione. Arrivano anche i rifornimenti trasportati dai reparti ausiliari italiani che, affondando nel fango e subendo perdite per i colpi di artiglieria, evacuano poi i feriti portati via da un campo di battaglia crivellato di colpi dove, nel fango, giacevano i corpi straziati dei contendenti.
Rimane comunque inalterata la determinazione dei tedeschi di prendere Monte Battaglia e nel corso del giorno 30, senza rinunciare ad attaccare le posizioni nemiche, radunano tutte le forze disponibili. Anche nel fronte americano si procede all'avvicendamento e, nel pomeriggio, la Compagnia "G" viene sostituita e le poche decine di sopravvissuti lasciano il monte dove per tre giorni ininterrotti avevano fronteggiato i rabbiosi e sanguinosi assalti germanici.
Il primo giorno d'ottobre è ancora una giornata nebbiosa. E i tedeschi attaccano di nuovo. Fra i reparti della 715ª Divisione c'è anche una compagnia del Battaglione Bersaglieri Goffredo Mameli della RSI che rimane in linea un solo giorno nel versante del Santerno. Ancora una volta una compagnia tedesca si arrampica lungo il declivio fino in prossimità dei resti della rocca e quando, da questi, i fanti americani cominciano a lanciare bombe a mano, si aprono la strada con i lanciafiamme, riuscendo a penetrare entro la cinta muraria. Un nutrito bombardamento permette ai Blue Devils di sferrare un contrattacco che si conclude con il ripiegamento dei tedeschi, un gruppo dei quali viene catturato nella cisterna della rocca dove si era rifugiato per ripararsi dal bombardamento.
Sul monte oramai sono più i morti e i feriti che gli uomini in grado di combattere. I quali, oltre agli assalti, devono subire gli incessanti colpi delle artiglierie e dei mortai: in tre ore gli americani ne contano 400. A questo punto si prospetta l'avvicendamento tra gli inglesi e il 350° Reggimento che accusa gravissime perdite non rimpiazzate e con i sopravvissuti allo stremo delle forze. Ma, tra il primo ed il 2 ottobre, deve ancora fronteggiare altri attacchi nemici con reparti della 305ª, 44ª e 715ª Divisione germanica mandati all'assalto in rapide puntate sotto il fuoco di protezione delle artiglierie piazzate tra Fontanelice e Casola Valsenio.
Così fino alla notte tra il 4 e 5 ottobre, quando un battaglione della I Brigata Guardie del Regno Unito, composta da granatieri e guardie gallesi, occupa le posizioni del 350° Reggimento americano. Che da questo momento si chiamerà Battle Mountain (Monte Battaglia). Perché, come verrà ribadito l'anno dopo in occasione delle celebrazioni per il primo anniversario dei combattimenti, "Per gli uomini del 350° Reggimento della 88ª Divisione Blue Devils, Monte Battaglia significa il luogo della più feroce di tutte le battaglie da loro combattute in Italia. Significa pioggia, fango, nebbia e bombardamento costante. Significa sette giorni e sette notti di lotta che si fusero insieme per formare una sola, unica, continua battaglia". Che al 350° Reggimento era costata ben 235 caduti in azione, 277 dispersi e 908 feriti. E che aveva visto numerosi atti di eroismo: primo fra tutti quello del comandante della Compagnia "G", il capitano Robert Roeder, insignito alla memoria della più alta onorificenza militare americana.
Da parte tedesca le perdite risultano superiori - circa duemila - ma Kesselring è contento lo stesso, perché è riuscito a bloccare l'avanzata americana su Imola ed ha salvato il suo esercito in Romagna. E nelle sue memorie scriverà: "Avevamo potuto tenere gli ultimi crinali dell'Appennino solo per miracolo". Un miracolo che aveva permesso di superare il momento più nero della loro campagna in Italia, infrangendo il sogno balcanico di Churchill.

Stampa questa Pagina