I Partigiani della 36.ma Brigata "Garibaldi"

All’inizio dell’autunno del 1944 Monte Battaglia diventa teatro di guerra. Dal 27 settembre all’11 ottobre all’interno dei resti della rocca e lungo le pendici del monte si affrontano partigiani, americani ed inglesi da una parte e tedeschi dell’altra, in combattimenti tra i più cruenti della campagna dell’Italia. Sono avvenimenti dei quali hanno scritto molti autori, italiani e stranieri, con ricerche e

studi che via via hanno delineato un quadro complesso nel quale non è raro incontrare notizie e valutazioni non collimanti. Per questo lavoro abbiamo seguito il filo degli avvenimenti descritti da Luciano Bergonzini, per quanto riguarda i partigiani, in La battaglia di Monte Battaglia vista e vissuta da un partigiano. Per i combattimenti tra gli alleati ed i tedeschi si è seguito quanto hanno scritto Ernesto Aloia e Lorenzo Raspanti in Castel del Rio 1944: tra Linea Gotica e Monte Battaglia e Ferruccio Montevecchi in La strada per Imola e in Monte Battaglia. Memorie di guerra e di guerriglia nell’Appennino.  Le valutazioni sul ruolo di Monte Battaglia nello scacchiere di guerra italiano ed europeo sono tratte da Monte Battaglia: Kesselring in ginocchio, di Amedeo Montemaggi.

I partigiani della 36^ Brigata

Mentre l'VIII Armata britannica impegna le forze tedesche nella pianura riminese, il 10 settembre 1944 il comandante della V Armata statunitense, Mark Clark, sferra l'attacco contro la Linea Gotica, il sistema difensivo approntato dai tedeschi a nord di Firenze, da Pesaro a Massa, concentrando gli sforzi nel settore dei passi del Giogo e della Futa in direzione di Bologna. In conseguenza di questo sviluppo della campagna militare e dei primi successi degli alleati, il Comando Unico Militare Regionale della Resistenza invia da Bologna un ufficiale di collegamento al comando della 36ª Brigata Garibaldi, attestatasi nella vallata del Sintria, per illustrare le nuove direttive di marcia della brigata partigiana. Che, in sintesi, prevedono un suo trasferimento sulle linee di Faenza, Imola e Bologna in vista di un'azione che avrebbe dovuto, in sintonia con l'attacco alleato alla Linea Gotica, precedere e sorreggere l'insurrezione popolare e la liberazione di quelle città.
Il giorno dopo il comandante Luigi Tinti (Bob) espone ai comandanti e ai commissari delle 20 compagnie che formano la Brigata il suo piano, consistente nella suddivisione in quattro battaglioni, affidando a ciascuno una precisa direttrice. Al battaglione comandato da Carlo Nicoli e composto da circa 250 partigiani, in gran parte imolesi, viene affidata la direttrice Imola-Bologna con il compito primario di occupare il sistema orografico di Monte Battaglia, a cavaliere dello spartiacque tra la vallata del Senio e del Santerno. Da qui si sarebbe potuto controllare una vasta zona montana comprendente Monte Cappello, Monte Carnevale, Monte Cornazzano oltre che Monte Battaglia. Un'area che dalle notizie in possesso dei partigiani, si trovava sulla linea di avanzamento della V Armata. L'obiettivo di Nicoli era di assestarsi su posizioni tatticamente favorevoli da dove, disponendo di un armamento adatto solo alla guerriglia di movimento, condurre un'azione di disturbo centrata su brevi scontri con i tedeschi nel tentativo di affievolirne le difese per favorire l'avanzata della linea del fronte alleato fino alla sua sovrapposizione con lo schieramento partigiano. Dopo di che, secondo i piani, si sarebbero dovute mantenere posizioni avanzate fino ad Imola.
Nelle notti del 24 e 25 settembre le sei compagnie del battaglione attraversano la vallata del Senio filtrando silenziosamente tra i posti di blocchi tedeschi e completando lo spostamento all'alba del 26 settembre con l'occupazione dei settori di Valmaggiore, Mulino della Caspa, Ca' Fontanini, Valdalbora, le Braiole, Monte Carnevale e Monte Battaglia.
A dire il vero non era la prima volta che Monte Battaglia ospitava dei "ribelli", come venivano definiti inizialmente i partigiani. Alla fine di novembre 1943 un piccolo gruppo di giovani casolani, renitenti alla chiamata alla leva da parte della Repubblica Sociale Italiana, aveva trovato rifugio tra i ruderi abbandonati della rocca, esercitandosi al tiro con alcuni fucili recuperati dopo l'8 settembre in seguito allo sfaldamento di reparti dell'Esercito Italiano acquartierati presso Casola Valsenio. Il maggior tempo era però dedicato a discussioni sulla situazione politica e militare, sulle loro condizioni e sulle prospettive che si potevano intravedere dalla loro particolare posizione. C'era in loro la volontà di non combattere per i fascisti ed i tedeschi che discendeva dall'intreccio tra motivazioni politiche derivanti da una coscienza antifascista ed un'istintiva ribellione contro la guerra e le sue tragiche conseguenze.
Ma ben presto il gruppo si trovò a fare i conti con un isolamento colmo di incertezze. Non c'era ancora un'organizzazione antifascista operante nel Casolano in grado di guidarli politicamente ed aiutarli materialmente; non c'erano indicazioni per stabilire collegamenti con altri gruppi o formazioni e non si era verificato alcun contatto con la popolazione contadina della zona.
I fascisti casolani, che pur sapevano di quei ribelli a Monte Battaglia, non si avventuravano in campagna, preferendo esercitare pressioni e ricatti sulle famiglie. Al punto di costringere i giovani a presentarsi dopo un paio di settimane al distretto militare, usufruendo di un condono che il governo di Salò aveva emanato di fronte al gran numero di renitenti. Ma quell'esperienza non era stata inutile, se è vero che già a Natale del 1943, i componenti del gruppo erano di nuovo fuggiti dai distretti militari e qualcuno di loro confluirà, nella primavera del 1944, nelle file della 36ª Brigata Garibaldi. Che il 25 settembre occupa Monte Battaglia con una compagnia del battaglione di Nicoli.

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