Prefazione

 

 

Un nome, un destino? Monte Battaglia, eternamente luogo del conflitto e delle armi? Ma c’è il destino nelle cose umane? O non ci sono piuttosto l’azione e le scelte degli uomini che fanno la storia e forzano anche il destino che sembra nascondersi dentro i nomi e dentro i luoghi? In una parola, c’è la politica, quella terribile dell’odio che portò all’infame massacro della seconda guerra mondiale e quella buona, positiva, che ha portato nei decenni successivi a porre fine alla lunga guerra civile europea e alla costituzione dell’Europa unita, prima di tutto come grande spazio di pace e di riconciliazione.
Monte Battaglia, più di ogni altro luogo della nostra terra, porta i segni di questa altalena dell’odio e dell’abbraccio, prima di una guerra furiosa e senza remissione, poi di una riconciliazione guidata dalla pietà, non ambigua, che sessantanni dopo conduce su questo crinale arroccato reduci e memori di ogni parte, accomunati dal ricordo e dal dolore, che però ormai trascolorano nell’orgoglio, che vale sia per i vincitori che per gli sconfitti, di aver costruito su quelle macerie un mondo più libero, più giusto e più pacifico, che si è dato istituzioni e strumenti per fare in modo che non accada mai più.
'Come è bello questo posto senza la guerra' esclama un reduce tedesco che dopo tanti anni può tornare a Monte Battaglia senza imbarazzi e senza timore di umiliazioni, perché la comunità casolana, come l’Europa, ha già fatto i conti con le ragioni e con i torti, ha le sue certezze su come andò e sul perché, consolidate in una lunga storia democratica e antifascista, e proprio per questo oggi può offrirsi all’abbraccio della riconciliazione senza paura di ambiguità e confusioni.
E anche le polemiche, gli equivoci e i fraintendimenti, talvolta non voluti, talvolta provocati da una storiografia anglo-americana interessata, sul ruolo che ebbero in quei giorni tremendi dell’autunno del ’44 gli eserciti alleati e le formazioni partigiane, anche questi sono superati in una nuova comprensione e in una storiografia ormai condivisa.
Ora dunque anche la storia può riposare su questi monti, dimenticarsi del sangue, del sudore e del dolore, del fango, della sofferenza e della paura e, come ci invita a fare Beppe Sangiorgi in questa accurata biografia del monte e della sua rocca, ognuno può tornare a vedere, nei giorni di 'vela chiara', il mare e le Alpi, a gustare i frutti dimenticati che la comunità locale ha voluto tenacemente restituire al palato dei contemporanei, a guardare le stelle tutti insieme la notte di S.Lorenzo, e ad assistere al volo nuziale delle formiche che lassù vanno ogni anno a compiere il ciclo della loro vita.
Che lo possano fare insieme italiani, inglesi, americani e tedeschi è una grande conquista della civiltà umana, che nessuno ha il diritto di rimettere a repentaglio in questi anni pur così sconvolgenti e concitati.
Tornano odio e violenza in nome del sangue, della razza e delle fedi, si affacciano dolorosamente anche nella nostra civilissima Europa, incrinano la convivenza anche nelle nostre comunità così fiere della loro tradizione solidale: venire quassù è una specie di antidoto, di vaccino contro la pestilenza montante, un modo per ricordare a noi stessi che siamo tutti sentinelle, a guardia di una rocca non materiale fatta di diritti, di pace, di libertà.
Possiamo così risolvere, almeno col cuore, il dubbio etimologico sul nome di Monte Battaglia, perché noi vogliamo credere che la sua origine non stia nell’essere fin dalla Guerra Gotica terreno di aspro conflitto, ma in quel termine longobardo 'pataia' che significa lembo di stoffa che sventola, bandiera.
Una bandiera di pace, un simbolo di amicizia e di riconciliazione fra i popoli e fra gli uomini.
On.Gabriele Albonetti

    Monte Battaglia oggi