Cronologia storica e stato prima dell'intervento di Francesco Quinterio

Esistono anzitutto due versioni cronologicamente differenti sull'origine; essendovi già notizie di un castello presente nell'orbita imolese (1126) e distrutto dai fiorentini nel 1216. Un'altra più tarda (1154) parla del Castrum de Monte Batalia di proprietà di Raynocino di Monte Battaglia; passato poi ad un protettorato della Chiesa dato che in data 1208 i Vallombrosani avevano diritti anche su Monte Battaglia.

Questo, nel 1361 contava già 20 famiglie, mentre nel 1371 era in possesso di Sandro di Campolmonte. Nel 1390 subiva forse la seconda aggressione venendo distrutto dai Bolognesi, dietro decreto del Senato, poiché era diventato un covo di banditi. Due anni dopo il luogo era affidato agli Alidosi che Io tennero fino al 1427, nel momento in cui passava nelle mani di Alessandro Buonmercati. L'anno dopo era di nuovo in mano alla Santa Sede affidato alle cure di Mons. Capanica, mentre nel 1435 subiva la sorte di altre rocche di Romagna venendo occupata da Guido Antonio Manfredi, e in un'altalena di protettorati, di volta in volta la Rocca fu sotto le mani dei membri di questa famiglia: Taddeo, Astorgio, Galeotto fino a giungere agli anni 80 quando venne occupata da Gerolamo Riario signore di Imola. Nel periodo manfrediano, precisamente sotto Taddeo, nel 1448, questa subì un rinforzamento difensivo. Nel 1488 una ribellione dei castellani nei confronti del Riario, favoriva la temporanea restituzione della Rocca a Galeotto Manfredi; questa venne di nuovo recuperata nel 1494 da Caterina Sforza che provvide, come d'altronde fece per altre rocche della zona, a rinforzarla: fu impiegato a tal proposito il capomastro Bruchello. Dal 502 tino al 1505 la Rocca passava in mano, successivamente, a Cesare Borgia, ai Veneziani (1504) e al papato con Giulio Il. Attualmente altre notizie di interventi, restauri o descrizioni delle funzioni strategiche della Rocca non sussistono, fu condannata quindi a rimanere un elemento isolato o probabilmente, per la sua posizione predominante, come luogo di avvistamento a protezione dei confini dello Stato Pontificio. Le numerose fotografie conservate nella fototeca Corbara mostrano l'aspetto della Torre al 1931, già allora ridotta in uno stato precario ma ancora connotata dalla presenza delle mura dei vani addossati alla Torre, seppure ridotte a quinte murarie estremamente fatiscenti; lo stesso vale per gli avanzi della cinta perimetrale che aveva la forma di fuso. Alcune vedute disegnate dal Liverani attorno alla metà del secolo scorso, sembrano raffigurare abbastanza fedelmente le strutture almeno fino al XVI secolo con le aggiunte degli edifici colonici.

Lo stato attuale

Il fortilizio, mancante ormai di vani che ne possano definire ulteriori funzioni, si riduce praticamente alla torre, internamente in filari in pietra squadrata murati con malta. La pianta è quasi quadrata ed ha un solo interno coperto a volta alta a botte in pietra. La presenza di risalti assieme ad alcune buche nella muratura dimostrano l'esistenza di tavolati praticabili, retti da travi, posti tra i piani, quasi ballatoi di collegamento per l'alloggio di scale. All'interno è visibile la splendida monofora feritoia arcuata e strombata, accecata all'esterno a seguito del rinforzo costituito dallo sperone in mattoni e pietra. Agli angoli della Torre mancano in più punti interi conci in pietra; una lunga lesione verticale minaccia poi la parete sud, partendo dall'attuale ingresso fino a raggiungere la finestra arcuata superiore. Non grave invece sembra essere la lunga ferita sul lato est, ferita, fra l'altro, visibile nella ottocentesca veduta del Liverani. Lo sprone sottostante si realizza e si legge nel suo aspetto di rudere informe dove solo lungo la scarpa nord-ovest è possibile percepire una serie di filari di mattoni sospesi a mezz'aria, addossati al "getto" intero di pezzame, malta e mattoni. In basso, sulla parete nord-est, è stata murata una lapide a ricordo dei fatti della Resistenza, fulcro di tutto l'insieme commemorativo-paesaggistico che si adagia di fronte allo sperone: una serie di terrazzamenti degradanti collegati al centro da un corridoio a scalini terminanti in basso in un boschetto di cipressi, mentre in alto porta ad un piazzalino ormai coperto di erba e rovi. Tutto attorno emergono, dall'erba, le macerie delle mura per cui non sarà difficile poter rintracciare il perimetro esatto al livello dei muri di scarpa. Un recinto in legno fa da parapetto alla grossa cisterna sotterranea, anch'essa colma di detriti.

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