Il Progetto di Recupero di Rita Rava  e  Claudio Piersanti

Intervenire a Monte Battaglia ha costituito non pochi problemi di carattere generale, di metodo cioè riguardo il restauro, quasi di "quantità" di intervento. Due dati erano chiari: il recupero statico della struttura, troppo sconnessa e pericolante da farne temere nuovi e imminenti crolli, e il riaggancio del volume del torrione con tutta la realtà urbanistica circostante. Quello che si era tramandato come oggetto isolato in realtà era costituita da una struttura difensiva ed abitativa di una certa complessità, sorta di vera e propria rocca. Definire il manufatto di Monte Battaglia un rudere chiarisce già l'irreversibilità del suo stato e di certe lacerazioni profonde, che davano al visitatore - anche attento - la sensazione non tanto di oggetto mancante di alcune sue parti, ma piuttosto di cumulo di rovine che ormai ha perso ogni idenfificazione di riconoscimento. E andata così via via prendendo corpo la convinzione di intervenire in alcune zone con maggiore profondità, non tanto per ricostituire ciò che non esisteva più ma per rilegare meglio l'esistente recuperato ad alcune sue funzioni, liberato dagli eccessi del degrado. Lo sperone era la zona maggiormente deteriorata, avendo perso interamente il paramento esterno. Si è scelto di ritirare fuori il muro in mattoni sottostante, pur lasciando alla base e fino ad una certa altezza parte dell'ingrossamento a testimonianza del successivo intervento. L'interno della torre conservando ancora uno dei solai in muratura intermedi presentava una sensazione ottica di esasperante verticalismo, per la mancanza della scansione dei piani intermedi andati distrutti. E stato dunque - deciso di rifare questi piani - tra l'altro segnati da marcapiani lungo le pareti utilizzando tavolato e travi di legno secondo la logica costruttiva di allora. In questo modo si veniva a ristabilire un equilibrio di volumi interni e si rendeva percorribile la torre (una sorta di riconsegna della sua funzione).Solo che le scale di collegamento in origine erano con ogni probabilità semplici scale movibili a pioli: si è dovuto scegliere per una ricostruzione non reale, una scala a rampe che permette una salita più regolare pur nella ristrettezza degli spazi. La necessità di riportare alla luce alcuni tratti di murature rimaste sepolte, ha causato un abbassamento del livello del terreno pressoché costante: ciò ha favorito l'aspetto generale della torre, riacquistando maggiore imponenza e chiarezza di lettura. Dopo la campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica, per restituire la dimensione urbanistica si è continuato lo sterro delle strutture murarie principali fino ad arrivare a quote sufficienti ad assicurarne la leggibilità, mentre per i resti minuti, di maggiore fragilità e di minore importanza si è preferito interrare nuovamente e così conservarli. Per quel che riguarda invece la sistemazione dell'area esterna è stato scelto un tipo di intervento leggero. La zona è stata ripulita da alberi e pietre, uniformata e ammorbidita nei livelli e ricoperta di un tappeto erboso uniforme. Su di essa uniche presenze marcate sono le sagome del rudere della torre e dei muri di cinta disotterrati. Era necessario anche attrezzare minimamente l'area per dare al visitatore una necessaria accoglienza. Sono stati previsti degli stradelli in cotto per chi non vuole attraversare il tappeto erboso e due zone di sosta poste sui lati scoscesi del monte onde assicurare vedute differenti dell'ambiente naturale circostante. Anch'esse quindi immaginate - come la torre - sorta di zone di avvistamento, luoghi dove sedersi a riposare ma anche a guardare il panorama. Urbanisticamente sono protette dal basso e dall'alto, si incuneano nel terreno in modo da non essere viste ma potendo godere del massimo della visibilità; per meglio ottenere questo mimetismo e dare ristoro all'ombra, un sottile traliccio metallico - come un ombrello - le copre parzialmente. Il materiale usato è stato il cotto: materiale antico e di sapore naturale ma che si differenzia dal rudere interamente in pietra; il monumento in bronzo è adagiato sulla stessa pavimentazione - differenziata solo da una posa in diagonale dei mattoni - percorribile e guardabile da ogni punto, non isolato ma in simbiosi con l'intorno e l'architettura. Nel corso della direzione del lavoro, l'architetto Eustacchio Carmentano della Soprintendenza di Ravenna ha seguito il restauro del torrione; ne è nata una proficua e piacevole collaborazione che ci piace ricordare. Va detto infine che all'inizio dello studio, in fase di progetto generale, era stata da noi ipotizzata una idea di sistemazione più complessa che prevedeva anche un volume interrato da adibirsi a museo. L'ipotesi è poi caduta in favore della soluzione attuale: ne alleghiamo l'immagine in un disegno che ha già avuto una certa fortuna critica, memoria di un lungo e faticoso itinerario progettuale.

Stampa questa Pagina