Lo scavo archeologico

Un anno dopo la commissione, dopo numerosi sopralluoghi e l'analisi della documentazione storica e fotografica stabilisce le direttive dell'intervento conservativo in accordo con la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna. Tenendo conto che ciò che resta sulla cima di Monte Battaglia sembra rimandare più ad una torre

di vedetta che ad una rocca, si decide di iniziare la serie degli interventi con uno scavo archeologico per riportare alla luce i resti delle mura perimetrali oramai interrati e le fondamenta delle strutture interne al fine di una corretta lettura del complesso così da permettere una sistemazione dell'area che non stravolga l'assetto originario. Gli scavi si svolgono dopo una bonifica dagli ordigni bellici nell'estate del 1983, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica dell'Emilia e della Romagna. Sono ventidue gli studenti dell'Università di Bologna che per cinque settimane, sotto la direzione del dottor Sauro Gelichi della Soprintendenza Archeologica scavano, setacciano, misurano, disegnano e catalogano i "segni" lasciati dagli uomini a Monte Battaglia. Lo scavo, il primo effettuato in un sito medievale in Romagna, riporta alla luce gran parte delle strutture pertinenti alla cinta muraria e delle fortificazioni che risultano risalire ai decenni immediatamente successivi al 1390, anno in cui la rocca fu distrutta dai bolognesi. Salvo la torre che risale al XII secolo e che originariamente doveva essere affiancata da un piccolo recinto murario del quale però non rimane traccia.  Lo svuotamento del deposito formatosi all'interno della torre porta al ritrovamento dei resti di una pavimentazione in lastrine di arenaria quasi certamente del XV secolo. Le sorprese più interessanti vengono dall'area cortilizia dove sono riportate alla luce strutture relative ad ambienti di servizio della rocca, costruiti attorno alla metà del XV secolo ed abbandonati quasi un secolo dopo. Vengono evidenziati due ambienti con muri in fondazione costituiti da pietrame e mattoni e con parte rialzata probabilmente in legno. Uno di questi ambienti aveva al centro un pilastro che doveva sorreggere il tetto. All'esterno di questa struttura l'area risulta ricca di focolari, alcuni delimitati da pietre disposte circolarmente, che conservano abbondanti resti di pasto e frammenti di ceramica da mensa e da cucina. Nel suo complesso lo scavo restituisce molto materiale delle fasi più tarde della vita della rocca, comprese tra il XV e XVI secolo. Si tratta di suppellettili da mensa e da cucina in ceramica - piatti e brocche di maiolica policroma graffita, pentole invetriate e testi - ed anche rammenti vitrei di bicchieri e bottiglie, osso lavorato, punte di lancia, lame ed infine stampi, tondelli, monete false ed un crogiuolo da fusione che testimoniano la presenza di una zecca clandestina all'interno della torre nella prima metà del XVI secolo. Lo scavo porta alla luce anche testimonianze più recenti delle vicende che hanno accompagnato la storia della rocca. Dalle strutture relative all'abitazione colonica posta tra la cortine ad est e la torre ai resti di un sottufficiale tedesco, rinvenuto sotto un muro crollato probabilmente per un colpo di artiglieria, insieme a brandelli della divisa, armi, mappe, un fischietto, la penna stilografica, la pipa, e la piastrina militare. Elementi che permetteranno al Servizio per le Onoranze ai Caduti Germanici, che provvede all'inumazione dei resti del soldato caduto nel Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, di risalire alla sua identità - Heinrich Schmedel di 28 anni - e di rintracciarne la vedova in Germania.

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